di Maurizio Franco e Viola Giannoli

ROMA – Secondo Giulio Carlo Argan, storico dell’arte e sindaco di Roma negli anni ‘70, la capitale è città “di gente senza case e di case senza gente”. Ma oggi, con una lista di 22 immobili occupati da sgomberare sulla scrivania della nuova prefetta Gerarda Pantalone, la città eterna è diventata anche un campo di battaglia. Dove 3.000 persone rischiano di finire per strada. E dove i cordoni della solidarietà saranno spazzati via con un colpo di spugna.

Perché oltre alle occupazioni abitative che negli anni hanno lenito il dramma dei senzatetto15 sono gli stabili nel mirino del Viminale –, alcuni dei più importanti spazi sociali della capitale avrebbero le ore contate. Il Nuovo Cinema Palazzo nel quartiere di San Lorenzo. La casa delle donne “Lucha y siesta” nella zona di Cinecittà. Strike a Portonaccio. La Biblioteca abusiva metropolitana in via dei Castani. Acrobax in via delle Sette Chiese. Il Maam – il Museo dell’Altro e dell’Altrove – sulla Prenestina. E l’Ex Lavanderia a piazza Santa Maria della Pietà. Sono tasselli fondamentali di un reticolato più ampio di associazioni, centri sociali e realtà autogestite strette nella cinghia di cemento e asfalto del Grande Raccordo Anulare.

Realtà sociali che il 22 giugno scenderanno in piazza per «affermare ancora una volta che Roma è città aperta». Come si legge nel comunicato di lancio del corteo: «Si vuole “normalizzare” la città, soffocare i luoghi del dissenso e gli spazi dove migliaia di uomini e donne si organizzano per rivendicare i propri diritti, dall’accesso allo sport al diritto alla salute e ad avere un tetto sopra la testa, gli spazi femministi e quelli della produzione culturale indipendente ma anche le forme di organizzazione e costruzione di attività inclusive e solidali che si sono sviluppate in questi ultimi mesi nel mondo dell’istruzione (dalle scuole elementari fino all’università) e nelle periferie».

All’incirca 65 sono gli spazi occupati in tutto. Communia, Esc, il Forte Prenestino e l’Ex Snia sono nomi che immaginano un’altra città. Sulla carta “abusivi” e illegali. Ma nati per colmare un vuoto di servizi che le istituzioni non riescono a garantire.

Negli androni degli spazi occupati eventi culturali, rassegne cinematografiche e letterarie, progetti mutualistici, sportelli para-sindacali e presidi contro la violenza di genere e le discriminazioni, costellano la storia dell’autogestione capitolina. Fatta di persone in carne e ossa che parlano la lingua della riappropriazione, tra le mura di palazzi una volta abbandonati e poi riconvertiti in spazi polifunzionali che oggi il Ministro degli Interni, Matteo Salvini, vorrebbe silenziare.

Le informative della Questura e dei Vigili del fuoco tracciano un diverso identikit: ritrovo degli “antagonisti” e luoghi adibiti allo spaccio di stupefacenti. Ricettacoli del degrado con strutture pericolanti. Con richieste milionarie e decreti di sequestro pendenti. Quindi da sgomberare. Tempestivamente. Perché al di la dei fascicoli delle forze dell’ordine, gli spazi sociali di Roma sono un’anomalia, un disturbo. Un argine ai processi speculativi che sconvolgono Roma. Su cui qualcuno vorrebbe mettere le mani.

Il Campidoglio aveva provato già due anni fa a “normalizzare” alcune esperienze, immaginando un Regolamento dei Beni Comuni. Virginia Raggi si era persino affacciata a un’assemblea al Cinema Palazzo, il suo vicesindaco Luca Bergamo aveva girato in “tour” le occupazioni romane. Poi il progetto, nonostante le 12mila firme raccolte per una delibera di iniziativa popolare, si era infranto contro le resistenze di parte della giunta e con alcuni sgomberi portati avanti come quello del centro di produzione di cultura indipendente (musica e teatro soprattutto) Angelo Mai alle Terme di Caracalla.

Entro giugno, però, un testo sarà licenziato dalla Commissione Patrimonio guidata dalla consigliera del M5s Valentina Vivarelli. Poi si aprirà un confronto con i municipi, che avranno un ruolo nella gestione dei beni, e con i cittadini. Al centro della discussione, fuori e dentro la Commissione Patrimonio, la cosiddetta norma transitoria: che fare con quelle realtà che già occupano, autogestiscono o fanno vivere gli spazi? «Abbiamo la necessità di coniugare legalità e tutela delle esperienze socio-culturali» spiega Vivarelli. Nulla di nuovo. La strada della concessione per affidamento diretto che consentirebbe alle associazioni – una volta sanati debiti pregressi a canoni sociali o compiuti i dovuti step per la regolarizzazione – di continuare a svolgere i loro servizi per la cittadinanza viene tuttora osteggiata. Oltre al bando, sarebbero allo studio soluzioni per aprire gli spazi alla convivenza tra più realtà. Nel testo dovrebbero entrare anche i Patti di collaborazione che piacciono ai Cinque Stelle ma che, avvisa Vivarelli, «vanno cuciti addosso alle realtà romane».

«Non staremo a guardare mentre presidi di libertà e democrazia vengono chiusi e viene gettata all’aria tutta la ricchezza accumulata, fatta di relazioni sociali, saperi, immobili sottratti all’abbandono e finalmente restituiti alla città» fanno sapere intanto gli spazi sociali. Che rilanciano: «Per questo invitiamo tutta la città a scendere in piazza, a rispondere tutte e tutti insieme, in tante e diversi, alle minacce di sgombero, ma anche per costruire insieme le risposte ai veri problemi della città: abbiamo corpi e cervelli per immaginare e far diventare realtà un’altra Roma, facciamolo!».