di Anna Toro

«Quando sono arrivato al rione era ancora il tempo dei fagottari, un’altra vita». Roberto Pomanti chiude gli occhi per un attimo ripensando al passato. Ha 84 anni, e dalla Garbatella si è trasferito a Trastevere nel 1956, per lavorare come fattorino alle Poste. La sua casa, in un vicolo vicino alle scalette del Gianicolo verso San Pietro in Montorio, è rimasta la stessa. Perché Roberto è uno degli irriducibili: uno dei pochi che il “rione” più famoso della Capitale, raccontato da scrittori, poeti e registi, non l’ha mai abbandonato.

Trans Tiberim, il borgo medievale “oltre il Tevere” che ha dato i Natali ad Alberto Sordi, è infatti molto diverso oggi rispetto a sessant’anni fa. «Appena arrivato da ragazzo mi sono subito innamorato del luogo. C’era la vita: i panni stesi nei vicoli, le bancarelle e le botteghe degli artigiani, calzolai, fabbri, che spesso mettevano fuori il banchetto e lavoravano a vista». E i fagottari, naturalmente: «Dove oggi ci sono i ristoranti che offrono a tutti lo stesso cibo prodotto in serie, allora c’erano le osterie – racconta Roberto – Le madri cucinavano in casa e mandavano giù i ragazzini a prenotare i posti ai tavolini. Al tramonto, le famiglie scendevano e si consumava tutti insieme la cena preparata da casa, acquistando dall’oste solo il vino o le gazzose». Momenti di comunità e socialità di cui oggi si è persa memoria.

La chiamano “gentrificazione”, la trasformazione di un quartiere popolare in zona abitativa di pregio, con conseguente cambiamento della composizione sociale e dei prezzi delle abitazioni. Cominciata a Trastevere già verso la fine degli anni ’50, con il boom economico non si è più fermata, portando la popolazione da 51 mila ai poco più di 19 mila residenti di oggi. «Molti abitanti originari sono stati proprio sfrattati, altri hanno venduto e acquistato casa in zone più economiche» spiega Roberto.

Certo, il fascino del quartiere rimane: nei sampietrini che compongono le vie strette e i vicoli, nelle piazze e negli splendidi monumenti. A livello architettonico il rione resta infatti una delle zone di Roma che più ha mantenuto il suo legame con il passato. «È l’anima che manca. Se scoppiasse un’epidemia fra i turisti, Trastevere sarebbe morta» ironizza Roberto, che ricorda con nostalgia i giri in vespa per consegnare la posta, i banchetti delle sigarette di contrabbando, le partite a pallone a Santa Cecilia, il ticchettare delle scarpe dei giovanotti: «Allora eravamo tutti Fred Astaire, con i ferretti piantati sul tacco e sulla punta. Servivano a non consumarle» commenta allegro, ricordando la vitalità e romanità genuina che permeava ogni vicolo: «Eravamo poveri, ma di certo qui nessuno soffriva di solitudine».

Già, la solitudine. In piedi sulla porta che dà sul delizioso giardino del Centro Anziani di Trastevere, Roberto guarda amici e amiche che chiacchierano e giocano a carte sotto al gazebo. Quasi di fronte al Ministero dell’Istruzione, il centro offre agli anziani – circa 500 iscritti – una miriade di attività con cui cimentarsi, oltre a spazi curati in cui fare amicizia e stare insieme.

Anche Piera, 88 anni e trasteverina doc, al centro ci passa quasi tutti i pomeriggi. E del suo rione non manca di ricordare anche il lato oscuro: «Quando eravamo giovani bisognava girare con il coltello. Quella era la Trastevere vera: pericolosa, sì, ma con un grande senso di comunità, calore e solidarietà».

(Foto da www.ilmuseodellouvre.it)