di Maurizio Franco

Una stalagmite di cemento e ferro a pochi chilometri dal centro di Roma. L’occupazione abitativa in viale delle Province 196 affiora come un dente dalle mandibole di asfalto della Tiburtina, una delle arterie fondamentali della città capitolina. Quasi a sfiorare il cielo. Le vetrate dei due stabili risplendono di luce propria e disegnano la fisionomia della lotta decennale che caratterizza il conflitto sociale a Roma: le battaglie per il diritto alla casa.

Musica latinos di sottofondo. Alcune donne peruviane cucinano la pollada, il tipico piatto a base di pollo e patate. Bambini di diverse nazionalità che giocano nel cortile. Panni stesi ad asciugare e persone che fumano una sigaretta appoggiate sulla ringhiera della finestra. Una quotidianità che potrebbe infrangersi da un giorno all’altro. L’occupazione è nel novero dei 22 immobili da sgomberare tempestivamente secondo le disposizioni del Viminale.

Due palazzine, ciascuna di otto piani. La bandiera rossa che sventola ai loro cancelli è lì dal 2012. Era il 6 dicembre di sette anni fa quando i Blocchi precari metropolitani (Bpm) – costola capitolina del movimento di lotta per la casa – occuparono i due stabili. La giornata, ribattezzata Tsunami Tour – nome che scimmiottava la campagna nazionale del Movimento 5 stelle – aveva inondato Roma con decine di nuove occupazioni.

Gli edifici erano abbandonati da diversi anni. Originariamente sede degli uffici dell’Inpdap – ente previdenziale assorbito poi dall’Inps – le due palazzine sono state inserite nel Fondo immobili pubblici (Fip). «Abbiamo rigenerato un rudere» rivendicano da viale delle Province. Secondo gli occupanti gli stabili se sgomberati verranno dati in pasto alla speculazione edilizia. «Appartamenti di lusso o uffici per qualche azienda».

«Invece di risolvere il dramma dell’emergenza abitativa a Roma – dice Umberto, attivista di Bpm – le istituzioni si adoperano in tutti i modi per attaccare le esperienze solidali di questa città. Il nostro è un esperimento che guarda alla metropoli e alle sue trasformazioni e che intende porre al centro del dibattito il diritto alla casa». Illegalità contro giustizia sociale. La piaga del fenomeno dei senza casa, squarciata però con “un frullino e un piede di porco”. È La “rigenerazione urbana” dei movimenti. Mentre le graduatorie per le case popolari ristagnano con 12 mila famiglie appese e circa 200 mila persone soffrono il disagio abitativo all’interno del Grande Raccordo Anulare.

Nei due palazzi vivono 141 nuclei: all’incirca 500 persone, tra cui 100 bambini. Un’occupazione meticcia. Ci sono sudamericani – la comunità più corposa -, eritrei, nordafricani e ucraini ad affollare le stanze e gli androni delle due palazzine. Una babele di linguaggi che rimbomba tra le rampe delle scale. «Negli anni le persone che hanno vissuto a viale delle Province hanno trovato una loro autonomia – racconta il militante del movimento di lotta per la casa – Con un tetto sopra la testa abbiamo uno strumento fondamentale per non ritrovarci ai margini della società. Qui l’integrazione è il pane quotidiano. Con tutte le difficoltà del caso».

Processi di inclusione sociale e culturale che partono da una base concreta: le quattro mura di una casa. Ma non solo. Al piano terra dell’occupazione è stata allestita una piccola biblioteca. Il progetto “Mondo Piccolo” con libri affastellati sugli scaffali, scrivanie ricolme di disegni e giochi per bambini. «La cultura è un bisogno primario» racconta Raphael, colui che per mesi ha lavorato alla realizzazione del gioiello incastonato tra le vetrate dei due stabili. Di origini venezuelane, nel suo Paese era un professore in un liceo. E oggi è un bibliotecario nel cuore di una delle più grandi occupazioni abitative di Roma. Trapiantato nella capitale, la sua strada ha incrociato le istanze dei Blocchi precari metropolitani.

«Mondo Piccolo ha aperto viale delle Province al mondo – racconta Raphael – Famiglie del quartiere, prima diffidenti nei nostri confronti, ora portano i propri bambini nella biblioteca. È un modo per confrontarsi e relazionarsi e uscire dallo stigma dell’occupante. Qui dentro stiamo costruendo un pezzo dell’Italia di domani. Meticcia e accogliente». Nata un anno fa, la biblioteca è diventata il fulcro dell’occupazione, a tal punto che ha ricevuto l’interesse di alcuni docenti e studenti dell’Università di Roma Tre. Decine di volontari impiegano il proprio tempo per aiutare i bambini a fare i compiti. Sono stati donati centinaia di volumi, accatastati nella sala che una volta era adibita a magazzino.

Un sogno che potrebbe svanire. «Sgomberarci significa mettere per strada centinaia di persone inserite nel tessuto sociale di Roma. Creare quindi l’ennesima bomba sociale. E senza prevedere nessuna alternativa credibile. Ricordiamo tutti i fatti di piazza Indipendenza» dice Umberto riferendosi alle operazioni di polizia dell’agosto 2017 che rastrellarono dalla piazza un centinaio di migranti, sgomberati da un palazzo in via Curtatone. «Siamo stanchi di essere sempre nel mirino, vogliamo progettare collettivamente un futuro diverso».