di Anna Toro

ROMA – Le rivendicazioni sono universali, ma i dati e le questioni nazionali hanno rafforzato nelle donne svizzere la necessità di tornare a far sentire la propria voce in merito a discriminazioni salariali, violenza, patriarcato, sessualità, libertà di autodeterminazione e molto altro. Così, a 28 anni dallo storico sciopero femminista del 1991 che portò in piazza mezzo milione di persone, oggi 14 giugno la storia si ripete con la mobilitazione “Più tempo. Più salario. Rispetto”. Donne e ragazze incroceranno le braccia – a casa come nel posto di lavoro – per partecipare alla grande manifestazione itinerante organizzata in tutto il territorio: da Chiasso a Bellinzona, per tornare di nuovo a Chiasso dove un concerto chiuderà la giornata. «Noi tutte siamo esposte al sessismo, alle discriminazioni, agli stereotipi e alle violenze, a lavoro, a casa o nelle strade – spiegano le attiviste del movimento “Io l’8 ogni giorno”, nato a seguito dello sciopero dell’8 marzo 2017, tra i promotori dell’evento insieme al sindacato SSP/VPOD- Ma sappiamo anche che oppressioni specifiche fondate sull’appartenenza di razza, di classe o sull’orientamento sessuale e l’identità di genere si combinano. Uno degli obiettivi dello sciopero è fare vivere la solidarietà tra le donne del mondo intero».

Una molteplicità di temi, riassunti nel manifesto in 19 punti che accompagna la mobilitazione. Tra questi, il lavoro e l’uguaglianza salariale occupano uno spazio importante. Le statistiche parlano infatti di una disparità di stipendio tra uomo e donna nel paese di circa il 20 per cento, anche se le nuove cifre dell’Inchiesta svizzera sui salari la attestano al 12 per cento. Secondo il sindacato VPOD sono però numeri che non tengono conto della diversa ripartizione degli impieghi. «Da un lato il 60 per cento dei lavori con salario medio inferiore a 4.500 franchi svizzeri mensili sono occupati da donne, dall’altro lato gli uomini occupano l’83 per cento degli impieghi con salari superiori a 16 mila franchi svizzeri mensili». E poi c’è la questione dell’orario: «La remunerazione oraria delle persone impiegate meno del 75 per cento è sistematicamente inferiore a quella che sarebbe versata al 100 per cento per il medesimo impiego e anche qui la maggior parte delle persone impiegate a tempo parziale sono donne». Secondo le autrici de manifesto, nel diritto non vi sarebbe «quasi nessuna disposizione per conciliare vita professionale e vita famigliare».

La violenza è poi un altro dei temi forti di questa mobilitazione. A partire da quella domestica. «Nel 2016 in Svizzera i reati registrati nella categoria violenza domestica sono stati 17.685 – spiegano le attiviste di “Io l’8 ogni giorno” – Nel 48,8% dei casi, la persona danneggiata e la persona accusata vivevano un rapporto di coppia; nel 25,8 per cento dei casi erano ex partner». Per quanto riguarda la violenza sessuale, tra i dati più recenti quelli pubblicati a fine maggio da Amnesty International: «Almeno una donna su cinque di un’età superiore ai 16 anni ha subito atti sessuali non consensuali e più di una donna su dieci ha avuto un rapporto sessuale contro la sua volontà» si legge. Ad aggravare la situazione il fatto che moltissime donne non denunciano dato che, per esserci violenza, l’uomo deve aver minacciato la donna con pressioni psicologiche o fisiche. In assenza di tutto ciò, l’atto non viene considerato stupro. «La Svizzera dispone di un diritto penale in materia di reati sessuali obsoleto – ha commentato Nora Scheidegger, avvocata ed esperta in diritto penale svizzero in materia di infrazioni contro l’integrità sessuale – che dovrebbe essere totalmente riformato».

(foto di Feministischer Streik Basel)