Sea Watch, la disumanità ha trasformato una capitana in una “pirata”

1298

di Daniele Nalbone

ROMA – Una notte in caserma. Entro 48 ore la Procura di Agrigento, guidata da Luigi Patronaggio, dovrà chiedere al gip la convalida dell’arresto da scontare, a quanto si apprende, ai domiciliari, in un’abitazione di Lampedusa.

Unica cosa praticamente certa al momento: Carola Rackete, la comandante di Sea Watch 3, non verrà processata per direttissima. Dovrà rispondere di uno o più reati: la violazione degli articoli 1100 del codice di navigazione, violenza o resistenza a una nave da guerra, punibile fino a 10 anni, e il tentato naufragio – articoli 11 e 428 del codice penale – per il quale rischia una condanna a un massimo di 12 anni.

Tutto perché, secondo l’accusa, Sea Watch 3 nella manovra di attracco al molo di Lampedusa avrebbe “speronato” e “rischiato di schiacciare contro la banchina” una motovedetta della Guardia di Finanza.

Accuse che, secondo l’ex contrammiraglio della Guardia Costiera, Vittorio Alessandro, sono «assolutamente eccessive». Il motivo? «Quella della capitana di Sea Watch 3 è stata sicuramente una manovra forte, ma mai avrebbe potuto provocare l’affondamento della motovedetta della Guardia di Finanza». Non solo. «Parlare di violenza o resistenza a una nave da guerra è impossibile da sostenere. La motovedetta non aveva l’insegna della Marina Militare. Si tratta di una nave destinata a servizi governativi. Possono sembrare polemiche “formali”, ma non è così. Sono questioni sostanziali».

L’ex contrammiraglio non minimizza la manovra compiuta da Carola Rackete: «Dal punto di vista nautico è stata forte, pericolosa, per le navi e per la banchina». Non ha problemi a giudicarla «sbagliata. Io non l’avrei mai messa in atto». Ma cosa ha spinto una capitana a una simile manovra, a trasformarsi in una “pirata”? «La disperazione. Le cose sono state condotte in un modo tale da arrivare a queste conseguenze. Quanto accaduto stanotte dimostra come simili livelli di esasperazione possano produrre danni, in primis, al convivere civile. Si stanno distruggendo i “codici dei marinai”. E queste conseguenze non sono facilmente sanabili».

Come dire: siamo a un punto di non ritorno. «Davanti a conseguenze così esasperate, segnate da orientamenti ideologici, difficilmente da domani un comandante, che si tratti di un piccolo peschereccio o di una grande nave, salverà delle persone che rischiano la morte in mare». A perdere, in questa partita, «sono le persone. Le vite umane. Chi continua a partire da un luogo (la Libia, ndr) che, per stessa ammissione del ministro degli Esteri italiano (Enzo Moavero, ndr), non è sicuro». Continueranno a partire. «E continueranno a morire. Con sempre meno possibilità di salvarsi».

Eccolo il vero problema che ci porteremo dietro dal caso Sea Watch 3. «Chi governa l’Italia ha dimostrato tutta la sua incapacità, non solo dal punto di vista politico ma da quello marittimo, di riuscire a trovare soluzioni ispirate al buon senso: 17 giorni in mare sono un prezzo che non si può far pagare a nessuno e per nessun motivo».

Il clima di paura che viene cavalcato dai governanti italiani sta producendo «danni che rischiano di diventare permanenti». Il mare, ad esempio, «è nella nostra cultura e da sempre è stato maestro di vita. Ora è diventato palestra di scontri ideologici». E questa partita «si sta giocando su tante vite umane. L’attuale situazione geopolitica richiederebbe atteggiamenti di comprensione e visione, non di ostilità e chiusura. Si sta iniettando in questo Paese sempre più veleno. E il risultato è aver trasformato il mare da risorsa a pericolo.


Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a corrige@ilpaesesera.it (proveremo a rispondere a tutti ma vi preghiamo di usare con moderazione questo strumento #sapevatelo). Se invece volete rivelare informazioni su questa o altre storie, potete scriverci su mail@ilpaesesera.it (Valgono le regole del #FightClub, quindi tranquilli anonimato e riservatezza sono garantiti)