di Linda Dorigo

ROMA – L’Arabia Saudita e la ricerca di un’identità. L’Iraq e il genocidio curdo. L’Iran e ciclo dell’esistenza. Realtà e immaginazione negli Emirati Arabi Uniti. La crudeltà israeliana. Alla Biennale di Venezia i padiglioni dedicati al Medio Oriente hanno portato in scena un mondo conosciuto soprattutto per la sua instabilità. Ma il Medio Oriente è un universo sul quale la riflessione degli artisti è parte integrante di un processo di svelamento capace di traghettare lo spettatore oltre i luoghi comuni. Il glorioso passato di antiche civiltà è la sorgente alla quale gli artisti mediorientali attingono per celebrare riflessioni e speranze.

La Biennale in questo senso è un luogo fisico e soprattutto mentale da cui partire per comprendere la relazione che intercorre tra il mercato internazionale e la sua capacità di accogliere mercati più periferici portatori di una visione del mondo ricca e profonda. L’elemento che più di ogni altro continua a influenzare il mercato dell’arte è la globalizzazione. La possibilità di entrare in contatto con realtà lontane ha contribuito ad accrescere l’interesse dei collezionisti occidentali nei confronti delle tradizioni di altri paesi.

«Analizzando lo scenario dei paesi che si affacciano sul mercato dell’arte internazionale – spiega Mazdak Faiznia, iraniano e co-curatore del padiglione Iran 2015 alla Biennale di Venezia – si può osservare come questo percorso sia preceduto da un movimento politico ed economico che apre la strada all’elaborazione del sistema dell’arte locale. Nel caso dell’Iran un grande aiuto è stato dato anche dal cinema e dalla letteratura, che hanno permesso all’arte persiana contemporanea di inserirsi sul mercato occidentale».

La Fondazione Famiglia Faiznia ha creato «un ponte che va dall’occidente all’Estremo Oriente, come è sempre stato nella tradizione persiana», esplicitando un ruolo fondamentale tra gli operatori del settore del mercato dell’arte, quello della curatela. «Se fino a trenta anni fa la differenza la faceva il luogo dove l’artista aveva compiuto i propri studi, oggi internet ha un ruolo fondamentale. Nel caso iraniano gli artisti che hanno lasciato il paese all’indomani della rivoluzione islamica, hanno potuto godere di una contaminazione culturale che ha permesso loro di entrare con più facilità sul mercato internazionale. Non è un caso che gli artisti più affermati siano anche quelli dai cui paesi sia avvenuta un’emigrazione più sostenuta».

Chi non ha mai lasciato il proprio paese è il pakistano Imran Qureisgi. La sua carriera è stata un continuo crescendo, da Lahore allo Sri Lanka, India, New York, Gran Bretagna, fino alla mostra che lo ha lanciato ufficialmente sul mercato internazionale nel 2011 al Sharjah Art Museum, negli Emirati Arabi Uniti. «Mi sono fatto un nome molto presto – spiega l’artista – e non ho mai fatto nulla solo per il mercato. Il mio pensiero è sempre stato quello di esprimere al meglio il mio sentire».

Fino a 15 anni fa il mercato per una casa d’aste come Christie’s era tendenzialmente occidentale, ma nel tempo si sono avvicinati collezionisti provenienti dal Medio Oriente, dalla Russia, dal Sud America e dall’Asia. Questi collezionisti hanno fortemente influito sul mercato, legato non soltanto all’offerta e all’approvvigionamento delle opere, ma anche alla domanda espressa dagli acquirenti.

Oltre al valore soggettivo delle opere, alla qualità e alla promozione che di quelle opere viene fatta da critici, gallerie, musei e case d’aste e che influenzano il dibattito culturale intorno all’artista, il talento resta un dato di fatto imprescindibile. «Il mercato è globale – continua Faiznia – ma il rapporto tra l’artista e il suo territorio resta fondamentale. È da questa relazione infatti che nasce il genius loci che ne influenza il linguaggio artistico e che permette ad alcuni di connettersi al sistema internazionale».