A Taranto c’è speranza oltre l’acciaio dell’ex Ilva

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di Maurizio Franco e Filippo Poltronieri

TARANTO – Centinaia di cavallucci marini, visibili a occhio nudo, ne popolano le acque. Sulle rive si posano i fenicotteri rosa, mentre decine di specie lo eleggono ad area di sosta nella lunga migrazione che le porterà sulle coste africane. È il mar Piccolo di Taranto, una distesa d’acqua divisa in due seni, la stessa su cui si specchiano le ciminiere del distretto industriale ex Ilva. Le cattedrali – così qui si chiamano i camini fumanti della fabbrica – si ergono sulla sponda opposta del mare a monito del patto di ferro stretto tra gli abitanti della città e l’incombente ombra che oscura alla vista l’orizzonte, lo stabilimento siderurgico più grande d’Europa. Ma, dall’area militare che ospita l’Ecomuseo Palude La Vela e del Mar Piccolo, il rosso fuligginoso che veste Taranto sembra un ricordo lontano.

Fabio Millarte lavora con il WWF ed è uno dei fondatori dell’Ecomuseo. Insieme ad alcuni colleghi, ogni giorno esplora la biodiversità della fauna del parco naturale a bordo di una canoa. «Taranto si può liberare dalla schiavitù dell’acciaio, questo è solo uno dei progetti che la può rendere indipendente dalla monocoltura dell’industria metallurgica che ha devastato la città», afferma Fabio. Galleggiando sulle acque del secondo seno, gli impianti che si affacciano sul primo, attualmente in affitto ad ArcelorMittal, sembrano in effetti appartenere a un altro mondo. Nel secondo seno, più distante dalla fabbrica, crescono le cozze tarantine, coltivate in colonna a pelo d’acqua, e per questo quasi immuni ai veleni diffusi per anni. L’allevamento di mittili, nel frattempo, dà ancora lavoro a oltre diecimila persone. Più di quelle che, al netto della Cassa Integrazione, impiega l’attuale produzione di acciaio.

Un cavalluccio marino del mar Piccolo

Senza investimenti concreti in alternative produttive realizzabili, Taranto punta sulla natura, che ha ferito per un secolo, come unica alleata per porre fine allo storico ricatto che vuole i suoi cittadini in bilico tra l’occupazione e il diritto alla salute. I turisti apprezzano la biodiversità del mar Piccolo, i bambini ne ammirano stupefatti i rari esemplari animali. Un’altra Taranto che gli attivisti del WWF devono preservare anche da minacce che non puzzano di diossina. I cavallucci marini sono infatti oggetto dell’illecita caccia di pescatori abusivi che, come esposto a inizio 2019 dal giornalista Luciano Manna, diventano un prezioso liquore appetibile per il mercato cinese. Ancora, remando per il mar Piccolo, facile imbattersi in lunghi fili da pesca illegali o in allevamenti di cozze la cui coltivazione sarebbe proibita, in alcune aree, per gli elevati livelli registrati di inquinamento.

Una vista degli impianti ex Ilva, sotto gli allevamenti di cozze

Tra chi ancora crede che un’altra Taranto sia possibile c’è Vincenzo Fornaro. Salito agli onori delle cronache una decina di anni fa per aver dovuto abbattere il suo gregge, a causa degli alti valori di diossina registrati dalle sue 500 pecore, da tempo persevera nella sua battaglia per coltivare la canapa nei terreni della sua famiglia, a due chilometri dalla fabbrica dei veleni. Una pianta che ha le capacità di immagazzinare i metalli pesanti presenti nel terreno senza compromettere la qualità della fioritura e può contribuire a ripulire concretamente un suolo inquinato da decenni di emissioni tossiche. Quest’anno la semina è saltata perché sui terreni della famiglia di Fornaro c’è stato un aumento delle tracce di diossina e anche una semplice aratura avrebbe potuto smuovere i fattori inquinanti. Un’idea, quella della canapa, nata come esperimento per la bonifica dei terreni, ma che si è trasformata presto in un progetto di economia alternativa per la città.

«La canapa è una pianta dai molteplici usi commerciali. Noi pensavamo di utilizzarla in ambito tessile e in edilizia. C’erano alcune ditte di ristrutturazioni che si stavano interessando. L’uso alimentare l’avevamo escluso, orientarci verso il food, con la fama che ha la città, sarebbe stato più complicato. Quest’anno è tutto fermo, conto di riattivare i contatti l’anno prossimo», afferma l’ex allevatore, oggi consigliere comunale. «Il problema vero resta la mancata chiusura dei forni. Finché la fabbrica non chiude sarà impossibile costruire vere alternative per Taranto. Posso anche purificare i terreni, ma se accanto ho una fonte che continua ad inquinarli, si tratta di un cane che si morde la coda all’infinito», conclude Fornaro.

Per dare un volto nuovo alla città si sono mossi anche nomi di prestigio, come l’architetto tedesco Andreas Kipar che si è aggiudicato un bando del Comune e si appresta a dipingere di verde e riempire d’acqua Tamburi, il quartiere ai piedi dell’ex Ilva. Il progetto di foresta urbana, che si estenderebbe per 15 ettari e dovrebbe iniziare a vedere la luce entro fine anno, dovrebbe servire a rigenerare il suolo e a purificarlo con un processo simile alla fioritura della canapa.

«Con la forestazione urbana realizzeremo delle aree boscate e la copertura integrale del suolo con un manto erboso naturale. In questo modo, tutte le polveri verranno fissate, come se esistesse un filtro naturale» spiega Kipar a Il Paese Sera. «Tutto in piena visibilità, perché la bonifica è una questione etica che diventa estetica. Bisogna lavorare sul sociale, sul paesaggistico e sull’ambiente. La bonifica deve uscire dal buio. E Taranto deve diventare piattaforma di scambio scientifico e di competenze specifiche».

Le lapidi rosse del cimitero “San Brunone” coperte dalla fuliggine

L’architetto dello studio Land di Milano ha già lavorato in aree industriali ad alto impatto ambientale, come all’ex Italsider di Bagnoli o a Essen nella Ruhr. Con la differenza che nella città tedesca la miniera è stata chiusa da più di trent’anni e l’ultima cokeria ha spento i forni nel 1994, permettendo la nascita di un’area patrimonio Unesco, di due musei di storia dell’industria e di un polo di aggregazione per i cittadini. Un’ipotesi che a Taranto sembra ancora piuttosto utopica.

In una città dove la disoccupazione tocca il 17%, quella giovanile coinvolge un ragazzo su due, in una regione che conta tra i più alti numeri di Neet in Europa, la missione non può che essere quella di dare un’alternativa ai futuri candidati alla vita di fabbrica. «I nostri figli sono dovuti andare via per avere una chance e non seguire le orme dei loro padri, varcando i cancelli di quell’azienda», spiega Pietro Piliego di Giustizia per Taranto, un percorso collettivo composto da associazioni e singoli cittadini nato a inizio 2017.

«Oggi non si ha paura a dire chiudiamo l’Ilva. Abbiamo presentato un piano per chiudere lo stabililmento e partire con la bonifica che impiegherebbe centinaia di lavoratori. Le alternative ci sono, i turisti sono attratti dagli eventi ma non solo. Spesso si dà poco spazio a queste opportunità, forse hanno paura che se si scopre che sono redditizie si capisce che si può davvero fare a meno dell’acciaio». Come con i Riva, sotto un’altra gestione, i fumi neri continuano a eruttare quotidianamente polveri inquinanti sulla città, quasi a volerla tenere bloccata sotto il giogo del proprio ricatto. La natura resiste e porge ancora una volta una mano all’uomo che così poco se ne è curato negli ultimi decenni. Intanto ArcelorMittal annuncia che potrebbe chiudere le attività a settembre, se non venisse restituita l’immunità penale ai suoi dirigenti. In tanti, in città, si chiedono ancora una volta se si tratti di una minaccia o di un ultimo barlume di speranza per un futuro senza acciaio.

Reportage Taranto: puntata 2 – continua…

Taranto, vivere all’ombra dell’ex Ilva


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