di Anna Toro


ROMA – Solo il mese scorso il ministro del Turismo tunisino, René Trabelsi, aveva dichiarato soddisfatto che il settore in Tunisia era finalmente in ripresa. Il doppio attentato di due giorni fa al centro di Tunisi – che ha provocato la morte di un agente e il ferimento di altre 8 persone, tra cui diversi civili – rischia però di vanificare tutti gli sforzi fatti dal Paese nella lotta al terrorismo e per la riconquista di una relativa sicurezza, dallo smantellamento di diverse cellule dormienti al monitoraggio dei numerosi combattenti rientrati dalla Siria. «La Tunisia non ha paura del terrorismo, i due attacchi a Tunisi erano isolati e non avranno alcun impatto sul turismo nel Paese», ha ribadito Trabelsi, invitando i cittadini a stare uniti e sostenere gli sforzi delle forze di sicurezza e dei militari per far fronte alla crisi.

Il rischio di disdette delle prenotazioni, però, resta forte. Già a partire dagli eventi della Primavera Araba, che in Tunisia avevano portato alla destituzione e fuga del dittatore Ben Ali nel 2011, il comparto turistico tunisino fino a quel momento molto fiorente aveva iniziato a calare, fino a subire un vero e proprio crollo all’indomani degli attacchi terroristici del 2015 al museo del Bardo di Tunisi (che fecero 24 vittime tra cui 21 turisti) e alla spiaggia di Sousse (che provocarono 39 morti). Da allora, però, il Paese ha lavorato e si è pian piano risollevato, fino ad un ritorno al positivo: secondo i dati del ministero del Turismo, dall’inizio del 2019 ad oggi già due milioni di turisti avrebbero già visitato la Tunisia, segnando così un aumento del 24 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, e persino un aumento del 7 per cento rispetto al 2010.

Meno bene va per quanto riguarda le entrate, che non hanno finora raggiunto quelle di quasi un decennio fa: l’industria, che rappresenta circa il 7 per cento del PIL nazionale, è infatti fortemente dipendente dalle vacanze estive low-cost, nonostante gli sforzi del ministero di diversificare l’offerta. E se quest’anno il governo punta ad accogliere 9 milioni di turisti, dopo l’ultimo attentato il dubbio resta. Gli europei, ad esempio, in passato sono stati i primi ad evitare la Tunisia per il rischio sicurezza: se nel 2010 rappresentavano circa la metà dei turisti nel Paese, ora sarebbero meno di un terzo, a fronte di un numero crescente di turisti provenienti da altri Paesi del Nord Africa e oltre.

Nonostante il Paese resti la culla della Primavera Araba – sfuggito al destino degli altri Stati coinvolti che hanno visto un ritorno dello Stato autoritario (Egitto, Bahrein) o la disgregazione e guerra civile (Libia, Yemen) – molti problemi permangono: le autorità tunisine continuano a faticare per far ripartire l’economia, combattere la disoccupazione giovanile e soprattutto arginare l’estremismo, con il conseguente stato di emergenza proclamato a tempo indefinito. Tensioni che rischiano di acuirsi con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali e parlamentari nel novembre 2019. Per il momento, però, salvare la stagione resta una delle preoccupazioni principali. «Tutto è pieno negli hotel fino a settembre – ha detto il ministro Trabelsi – il turismo non sarà l’ennesima vittima di questi attacchi».