di Erika Menghi

ROMA – Una legge per il professionismo sportivo. Non la numero 91 del 1981, da sempre specchietto per le allodole in un mondo che sceglie, in realtà, di non utilizzare le risorse disponibili per investire sulle donne. Il governo la scorsa settimana ha fatto un passo in più. Una proposta di legge, approvata dalla Camera e ora in attesa del via libera del Senato, che guarda ad un futuro popolare e paritario, tra azionariato e nuove figure sportive: i lavoratori. Abbiamo chiesto a Simone Valente, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, che mentre il Mondiale femminile apriva gli occhi alla gente si spendeva per dare un peso normativo a tutto questo.

Ma quanto può fare davvero il governo?
«Può fare tanto e l’ha messo nero su bianco in un testo approvato dalla Camera. È la continuazione della legge di bilancio. Si vuole mettere al centro lo sport di base, dilettantistico, che riconduce i principi di pari opportunità spesso dimenticati».

Cosa si sta facendo, in particolare, per il professionismo?
«Va fatta una premessa: dal 1981 è in vigore una legge che dà la possibilità alle Federazioni di riconoscere il professionismo. Potrebbero farlo senza bisogno di altri atti normativi. Però dev’esserci una sostenibilità del sistema. Le leghe, quelle femminili per esempio, devono essere messe nelle condizioni migliori, bisogna veicolare le risorse nei settori che si vogliono sviluppare. Ma le Federazioni hanno fatto abbastanza? Verrebbe da dire che si può fare ancora tanto, a tutti i livelli. Anche istituzionali. Il disegno di legge dà una visione diversa, vuole superare il dilettantismo e il professionismo. Si riconosce il lavoratore sportivo. Che comprende diversi operatori, non solo gli atleti ma anche i dirigenti, gli istruttori delle sale fitness. Se lo sport è il tuo mestiere devono esserti riconosciute tutte le tutele».

Ad oggi esiste un tetto massimo salariale e non un minimo, si può cambiare anche questo?
«Secondo me sì, il Movimento 5 Stelle sta spingendo tantissimo per portare avanti il salario minimo. È un tema. Così come la distribuzione equa delle risorse nel settore femminile e maschile. Il fondo maternità è stato un passo in avanti, ma è una misura non strutturale e comunque troppo limitante. Vogliamo andare più avanti».

E come sta reagendo il mondo dello sport?
«Ho trovato grande disponibilità da parte della Federcalcio, quella più sotto i riflettori in queste settimane. Ognuno deve assumersi le proprie responsabilità. È facile dire serve una legge. Serve, invece, che ci si prenda le proprie responsabilità e si faccia il possibile con le proprie competenze. Se poi il governo un domani deciderà di sostenere un determinato settore, come può essere lo sport femminile, anche con agevolazioni fiscali, dovrà essere fatto alla fine di un percorso».

Anche nella proposta di legge si fa riferimento alle sfere di competenza. Cosa si vuole definire?
«Si vuole distinguere l’attività olimpica da quella dilettantistica dello sport scolastico. Lo si è fatto creando la società Sport e Salute del governo, lasciando le competenze al Coni. È una divisione giuridica che serve per mettere ordine e chiarire i ruoli di ognuno. La macchina dev’essere più efficiente. E trasparente».

C’è un fronte pubblico e uno privato. Voi state normando l’azionariato popolare, per esempio, ma già oggi i club potrebbero aprire le porte ai tifosi. E non lo fanno. Come si attua il cambiamento?
«Penso che le società debbano essere stimolate a far entrare i tifosi. Noi definiamo principi, poi quando si entrerà nel merito della delega sulla partecipazione popolare potranno essere messe in campo diverse azioni. L’agevolazione fiscale è una di queste».

C’è in ballo anche la costituzione di un organo consultivo formato da 3-5 membri eletti dagli abbonati. Come funzionerebbe e in cosa avrebbe voce in capitolo?
«È una proposta della Lega. Nel testo viene esplicitata la funzione consultiva, quindi credo sia per interessi specifici dei tifosi quali potrebbero essere l’accesso allo stadio, le trasferte. In quota Movimento 5 Stelle c’è invece la proposta di un principio che riguarda la partecipazione, in modo da avere più controllo all’interno delle società e avanzare proprie richieste. Far sì che il concetto di comunità venga tutelato. Si auto-responsabilizza il tifoso, cercando di allontanare i fenomeni di violenza. È un passaggio culturale».

Ci sono novità anche per gli agenti sportivi, alcuni dei quali sono stati recentemente “congelati” dalla reintroduzione dell’esame voluto dalla Fifa. Cosa ne pensa?
«Il tema qui è che nel mondo dello sport, ormai una vera e propria industria, servono professionalità. Si devono avere qualifiche specifiche, riconoscimenti sempre più elevati. La deregulation aveva fatto scappare di mano la situazione. Si è ristabilito l’esame e credo sia l’unica via per accedere alla professione che noi abbiamo voluto regolamentare con specifici focus, come la compravendita dei giocatori, soprattutto minori».

Più professionisti, uomini o donne che siano. Entro quando?
«Spero entro l’anno. Non decide il governo le tempistiche delle singole commissioni».

C’è il rischio che qualcuno si opponga?
«L’unica forza politica che ha votato contro alla Camera è stato il Partito Democratico. Altre si sono astenute per perplessità su alcuni articoli. Ma dal punto di vista dell’approvazione non vedo ostacoli. Cercheremo di convincere ancora di più le opposizioni delle buone intenzioni di questa proposta».

Quale punto le piacerebbe portare a compimento il prima possibile?
«Anche se non è stagione, dico il casco sulle piste sciistiche. Ora è obbligatorio fino ai 14 anni, vorremmo venisse esteso almeno fino a 18, se non 20. Stiamo portando avanti questo discorso con la Federazione Sport Invernali e con l’Istituto Superiore di Sanità che recepisce dati sugli incidenti. I tempi sono maturi. Arriveremmo alle Olimpiadi con una maggiore tutela per la sicurezza di chi frequenta piste da sci».